Competizione. Aggressività. Forza. Cambia il paradigma!

Federica Ongis
4 min readJul 10, 2021

--

Martin Heidegger era un filosofo, una delle sue lezioni più interessanti e delle sue eredità più attuali è quella sulla tecnica.

Già nel ‘900 Martin descriveva il ruolo della tecnologia nel plasmare il nostro mondo. Per lui, la tecnica, non era solo l’insieme degli strumenti tecnologici ma anche un modello di conoscenza, un approccio mentale, un’attitudine (la cosiddetta “essenza della tecnica”) con la quale gli esseri umani hanno imparato, nel corso dei secoli, ad interpretare il mondo.

Nel mondo della tecnica, poiché proprio grazie alla tecnologia l’essere umano può manipolare e controllare il mondo, il suo modo di esistere è manipolatorio, aggressivo, impositivo, competitivo, ogni cosa è “immediatamente pronta all’uso”, allo sfruttamento finché si può e finché c’è ne è. L’agire tecnico è il culmine della cultura cartesiana, costruita sul razionalismo spinto, che si traduce nell’ultimo gradino del progetto occidentale di dominio dell’uomo sulla natura. Così, il bosco diventa riserva di legname, la montagna una cava di pietra, il fiume forza idraulica per produrre elettricità e ogni cosa — o persona — diventa oggetto da afferrare, calcolare, controllare.

All’interno di questo paradigma ha senso solo ciò che funziona. Il cuore contemporaneo del pensiero di Heidegger sta nel modo in cui descrive il rapporto tra uomo e tecnica, oggi diremmo tecnologia. In un mondo in cui le risorse scarseggiano, in cui le sfide globali rendono impossibile ragionare in termini di competitività, in cui la forza non può più essere l’unica forma del nostro agire, come possiamo ritrovarci?

Il potere della collaborazione

I ratti rinunciano al cibo se vedono un altro ratto provare dolore. Le scimmie si rifiutano di mangiare il cibo più gustoso se altre hanno ricevuto cibi meno prelibati. Dai fiori ai batteri, dalle formiche agli elefanti, il mondo animale e vegetale è pieno di intelligenza. Marc Bekoff e Jessica Pierce ci dicono che in molte specie animali dai lupi, alle scimmie, alle balene, ai ratti esiste un senso di empatia, giustizia e morale tale da poter affermare che l’evoluzione non sarebbe possibile senza cooperazione.

La concezione corrente, dell’evoluzione della vita, è oggi ancora incentrata sull’idea che la competizione eppure, il successo è, il più delle volte, garantito dalla collaborazione, specie se si parla di una garanzia a lungo termine. L’antropologo evoluzionista Brian Hare, della Duke University (USA), autore del libro “Survival of the Friendliest” spiega che la sopravvivenza dipende da strategie che non significano sempre competizione, ma soprattutto collaborazione questo perché le nostre menti sono programmate per essere gentili e cooperative.

Un rapporto costruito sulla cooperazione e la condivisione di informazioni, di idee, di opinioni consente di generare sinergie capacità di farci sopravvivere più a lungo. In questo, i neuroscienziati (Alvaro Pascual Leone) hanno scoperto, addirittura, circuiti cerebrali capaci di descrivere quello che potremmo chiamare “il nostro cervello morale”. Patricia Churchland, autrice di “Neurobiologia della morale”, afferma che il nostro cervello si è evoluto comprendendo che l’esclusione e l’aggressione sono condotte inadeguate. Una molecola essenziale, l’ossitocina, ci fa provare gioia, fiducia, affetto, empatia per i nostri simili rendendoci più cooperativi.

Il modello del più forte? Probabilmente non ha mai trionfato davvero!

Allenarsi alla gentilezza

Cooperare significa abbattere lo schema della competitività. La cooperazione, a differenza della competitività che è un tratto perlopiù maschile, appartiene a quella che potremmo definire un’energia “femminile”, energia che merita di essere rinvigorita e rivalutata.

Fin dalla più tenera età ci insegnano ad essere competitivi, a sfruttare tutto ciò che è in nostro poter per raggiungere obiettivi, ad affermarci. Ma a quale prezzo? La competitività va di pari passo con l’individualismo e il “celodurismo”, entrambi fattori che “non possiamo più permetterci” in un mondo in cui l’interconnessione rende le tue sfide, le mie sfide, e le mie sfide le nostre sfide.

La gentilezza, al contrario, è un atteggiamento costruttivo che sottende la capacità di accettare l’altro e che ci fa stare bene. Compiere azioni gentili diminuisce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, aumentando la secrezione di endorfine e ossitocina che ci provocano un generale senso di piacere. Essere gentili ci fa sentire appagati, soddisfatti, sicuri e grati e aumenta quel senso di appartenenza che ci serve per affrontare sfide comuni. La gentilezza non ha niente a che fare con il garbo e le buone maniere ma si tratta di un complesso e potentissimo atteggiamento relazionale che ci permette di costruire legami solidi, autentici, basati sulla fiducia.

La gentilezza è una virtù e come diceva il Dalai Lama:

“Questa è la mia semplice religione. Non c’è bisogno di templi; non c’è bisogno di filosofie complicate. La nostra stessa mente, il nostro stesso cuore è il nostro tempio; la filosofia è la gentilezza.”

La vera sfida?

Fare della gentilezza un’abitudine e della condivisione un’attitudine, nell’intenzione di sostituire all’essenza della tecnica di cui parlava Heidegger nel secolo scorso, un modo di stare al mondo capace, quantomeno, di garantirci la sopravvivenza a più lungo termine.

--

--

Federica Ongis
Federica Ongis

Written by Federica Ongis

HR Training Specialist & Development — Podcaster of “Seven O’clock” Podcast — Woman-philosopher. Passionate about behavioural sciences and neuroscience.

No responses yet