Emozioni: quando il cervello sfida la teoria classica
Come le emozioni influenzano i nostri pensieri? Siamo abituati a credere che le emozioni siano universali: che un sorriso comunichi felicità, che un volto imbronciato trasmetta rabbia. Siamo venuti su con l’idea che le emozioni siano semplici reazioni all’ambiente esterno. In letteratura questa convinzione rimanda alla visione “classica” delle emozioni che afferma che le emozioni sono innate, cioè esistono dentro di noi fin dalla nascita, sono fenomeni ben riconoscibili che trasmettiamo attraverso il volto, la voce e in generale il linguaggio del corpo quando, uno stimolo esterno sollecita i nostri circuiti cerebrali e ormonali provocando quello che in gergo viene chiamato “vissuto emozionale”. Ma è davvero così? Le emozioni sono semplici risposte a stimoli esterni? Sono realmente universali?
Le ultime ricerche nell’ambito delle neuroscienze ci dimostrano che non funziona proprio così. Benché Paul Ekman ci abbiamo convinto che esiste un numero ristretto di emozioni (rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto) dette emozioni di base universali, in realtà esistono ormai moltissime prove scientifiche secondo cui ogni singola emozione non è mai stata davvero scoperta, varia da cultura a cultura, non dipende solo da agenti esterni ed è fortemente influenzata dalle proprietà fisiche e alla flessibilità del cervello di ciascuno di noi!
6 Rivelazioni contro la teoria classica delle emozioni
(1) Una delle rivelazioni più interessanti in questo senso è che le emozioni si esprimono in modo diverso. Per quanto sia vero che il volto è il principale strumento con cui comunichiamo le nostre emozioni, in diverse località del mondo, specie quelle più lontane dalla cultura occidentale, le emozioni vengono riconosciute in modo diverso. Ogni emozione, in particolare, non ha una sua precisa impronta che si traduce in una corrispettiva espressione facciale, ma dipende da tanti fattori: linguaggio del corpo, situazione sociale, aspettative culturali e così via.
(2) L’altro elemento chiave che la teoria classica delle emozioni non considera a sufficienza è il peso che le nostre esperienze passate hanno sulle configurazioni cerebrali: il nostro cervello è costantemente circondato da informazioni ambigue che recepiamo attraverso i sensi, così, per essere efficace, esso si affida alle nostre esperienze passate per costruire ipotesi (simulaizoni) capaci di dare senso alle informazioni che arrivano da fuori. In questo modo, il cervello seleziona ciò che è rilevante e ciò che dev’essere ignorato. Attraverso gli schemi mentali, dunque, assegna una sorta di significato alle sensazioni fisiche che esperiamo in un dato contesto e fa sì che le sentiamo. Queste sono le emozioni dal punto di vista cerebrale. Il nostro cervello funziona in modo predittivo e non reattivo, altrimenti non sarebbe abbastanza efficiente da mantenerci in vita perché gli stimoli che riceviamo sono troppi!
(3) La terza scoperta interessante è questa: siamo stati abituati a credere che ciò che accade nel mondo fuori da noi influenzi il nostro modo di sentirci, eppure questo è vero solo in parte. Lo è perché, in realtà, è ciò che accade dentro di noi a farci percepire quel che succede all’esterno in un modo o nell’altro. Benché ci sia una relazione bidirezionale tra noi e il mondo, cambiare le priorità dei soggetti fa tutta la differenza. Sappiamo che il nostro cervello fa previsioni in modo costante e che la sua missione è mantenerci vivi e vegeti, soppesando costi e benefici, spese e rifornimenti di energia. E’ come se esistesse una sorta di “budget” con cui deve fare i conti continuamente. In questo compito, il cervello fa continuamente riferimento alle nostre esperienze per prevedere quanto queste possano “pesare” sul budget. Perciò, anche se a volte pensiamo che una situazione sia intrinsecamente piacevole o spiacevole, in realtà, dipende tutto da ciò che abbiamo bisogno in quel momento. Per questa stessa ragione potremmo dire che aveva ragione Nietzsche quando diceva che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni di fatti” ed effettivamente in ogni momento siamo noi a costruire il significato emozionale della realtà.
(4) La realtà in cui esistono le emozioni intese come costrutti condivisi è una soltanto: la realtà sociale, che è anch’essa un costrutto. Condividere significati sociali, esperienze sociali può voler dire condividere emozioni. Per riuscire a trasmettere e comunicare un’emozione serve un gruppo di persone che concordino sull’esistenza di un concetto, un fenomeno o un’esperienza. Per comunicare a qualcuno la tua gioia, dovete entrambi avere una definizione condivisa del concetto di “gioia”. Seppure questo spieghi perché continui ad essere difficile uscire dall’interpretazione intuitiva-classica delle emozioni, ci dice anche che la società e la cultura entro la quale viviamo emozioni fa la differenza. Nonostante questo, nell’arco dell’evoluzione abbiamo imparato a tramandarci, tramite il linguaggio, alcuni significati e a condividerli facendoli apparire universali.
(5) Le emozioni sono univoche di chi le vive. Questo significa che esiste una granularità e una differenziazione di vissuti emozionali tale che ricondurre le emozioni alle 6 emozioni di base o a qualche altro numero di emozioni complesse non sempre è una mossa efficace. Piuttosto, serve imparare a distinguere in modo fine e preciso le nostro emozioni per rispondere, nei vari contesti, con azioni e reazioni più flessibili e adeguate. Le sfumature con cui si esprime il nostro vissuto emozionale, se riconosciute, ci regalano intelligenza emotiva. Una granularità emotiva bassa può essere sintomo di disturbi mentali come ansia, depressione perché non si ha la capacità di trasmettere ciò che proviamo.
(6) Ultima ma non per ultima evidenza è che non possiamo mai dividere le emozioni dalla razionalità. Gli studiosi e i filosofi dei secoli scorsi, tornando indietro fino a Platone, amavano parlare di due anime: una razionale e l’altra emozionale. In realtà, non ci sono evidenze scientifiche che mostrano che emozioni e razionalità afferiscano a processi diversi nel cervello. Potremmo dire che nel nostro cervello “è tutto collegato” ed è impossibile pensare che le emozioni possano mettere totalmente da parte la ragione o viceversa.
Riconfigurazioni cerebrali
Se è vero che le emozioni si plasmano nel nostro cervello e si manifestano prima di tutto nel corpo, allora possiamo rivoluzionare i nostri vissuti emozionali, condizionandoci. Il cervello umano è un sistema ad alta complessità, capace di configurarsi e riconfigurarsi per generare un enorme repertorio di esperienze, percezioni e comportamenti. Ricategorizzare i nostri vissuti emozionali può aiutarci a trasformare alcune sensazioni negative o di disagio in stimoli positivi e adrenalinici per il corpo, portandoci enormi benefici. Tanto più le emozioni sono qualcosa che sappiamo di poter controllare, equilibrare e far dipendere da noi, tanto più abbiamo chance di stare bene.