FOMO o HOMO
Perché essere “Happy of Missing Out”?
FOMO sta per “Fear of Missing Out”. Questo acronimo indica letteralmente la paura di essere tagliati fuori, di essere esclusi, di non aver accesso a, di non poter usufruire di, di non avere la possibilità di, di non lasciarsi sfuggire da sotto il naso un’occasione, piccola o grande che sia.
FOMO è un acronimo che è diventato di utilizzo comune in molti contesti per indicare una specie di ansia naturale e sociale che caratterizza il genere umano nei processi decisionali. Infatti, la maggior parte di noi, di fronte ad un’esperienza, un evento, una proposta, un contesto sociale, commerciale — insomma — di fronte ad una scelta, ha la tendenza a sostituire il desiderio per quella determinata situazione con una preoccupazione compulsiva legata alla possibilità di perdere un’opportunità.
Nel 2007, dopo le scuole medie, come molte persone della mia età, mi sono trovata di fronte al dover compiere una scelta: “A quale istituto di scuola superiore iscrivermi?”. Credo che questa sia la prima decisione difficile che una ragazzina di 13 anni è chiamata a prendere per il proprio futuro. A quell’età non c’è traccia da seguire, non hai sicuramente le idee chiare e, per di più, non riesci di certo ad immaginare chi sarai da grande. Tuttavia, ricordo perfettamente le riflessioni che feci per decidere: “Mi iscrivo al Liceo Scientifico, così, qualsiasi sarà la mia vocazione futura, nel paniere di questa scelta, resteranno valide diverse possibilità”.
Ero FOMO-addicted. Lo ammetto.
Nel 2012, dopo il diploma, come molte persone della mia età mi sono trovata di fronte al dover compiere una scelta importante: “A quale università iscrivermi?”. La domanda in sé, può non sembrare così complessa, ma in realtà era la domanda con la quale avrei risposto ad un quesito più profondo: “Che cosa avrei voluto fare?” o meglio “Chi sarei voluta essere nella vita”. Capisci che, messa in questi termini, le cose si complicano. Ogni cosa che avrei posto fuori dal cerchio, sarebbe potuta essere un’opportunità mancata.
Continuavo ad essere FOMO-Addicted: terrorizzata dalla paura di perdermi qualcosa.
Scelsi consapevolmente di fare filosofia forte del fatto che ciò di cui avrei avuto bisogno per mantenere florido il mio paniere sarebbe stato più avere la giusta forma mentis che apprendere un’arte, un mestiere specifico. Capii inseguito lo sterminato potere della filosofia come arte che prepara la nostra mente a trasformare il sapere in saper fare.
Nel 2018, dopo l’università, come molte persone della mia età mi sono trovata di fronte al dover compiere una scelta importante: “Quale lavoro fare nella vita?”. Così, arrivati a questo punto, ho dovuto fare una scelta che non ammette “FOMO” e grazie al cielo! Lo dico onestamente, è una fortuna che la vita, arrivati ad un certo punto, ci costringa a delineare il nostro percorso in modo chiaro, pulito, trasparente. E’ un bene dover essere vincolati a fare una scelta che non ammette più un grande paniere, ma che riconosce un solo percorso (per quanto ricco, ampio, diversificato esso possa essere).
Fu a questo punto che, in una riflessione di auto-consapevolezza, arrivai a tre conclusioni — o meglio, a tre risultati:
- Primo. Per quanto FOMO-Addicted sia la natura umana, ciascuno di noi è chiamato a tracciare il proprio percorso, a fare scelte che non ammettono indecisione e titubanza. In questo percorso, la consapevolezza è — tendenzialmente — qualcosa che arriva dopo. Nonostante ciò, in modo quasi del tutto “naturale”, quando “tracciamo la nostra riga”, nel paniere, in un modo o nell’altro, resta sempre l’occasione che è giusta per noi. Soltanto, la vediamo più in là.
- Secondo. Il valore di un’occasione e del percorso che fa per noi, acquisisce senso inseguito.
- Terzo. Nasci FOMO ma, grazie al cielo, la vita ti offre l’occasione di trasformarti in HOMO: Fear of Missing Out? No, Happy of Missing Out.
Che cosa significa questo? Significa che al peso dell’“Avrei potuto”, “avrei dovuto”, “sarei potuto” si sostituisce il valore del “per fortuna che sono, che ho fatto, che ho detto, …”. In altre parole, arrivi a un punto in cui, inevitabilmente, riconosci il significato delle decisioni che deliberatamente hai fatto per te.
Il potere della paura
La modaiola espressione “Less is more” è una valida contro-reazione alla diffusione della “FOMO-Mania”.
Ogni esperienza che viviamo è in sé e per sé un processo decisionale ed ogni processo decisionale è, in fondo, una decisione. Etimologicamente “decidere” significa proprio “de-cidere”, ovvero “tagliare”, “rimuovere”, “eliminare” ed è qui che il “FOMO” semina le sue radici. Ogni volta che decidiamo, rinunciamo a qualcosa. Ogni nostra decisione è una scelta fra cose o possibilità diverse e lo è in modo sufficientemente definitivo da indurci, subito dopo la risoluzione, a provare un senso di perdita per tutto ciò che è stato messo da parte.
Dire “Less is more” significa, in un certo senso, riconoscere il valore dell’atto di limitazione, cosa non affatto semplice e scontata. Il nostro cervello è lussurioso per cui è naturalmente avverso alle perdite. L’avversione alle perdite è un driver comportamentale devastante. Amiamo le ampie gamme di scelta perché il nostro cervello crede di poterci avere a che fare inseguito, di poterle padroneggiare, maneggiare, ridurre senza provocarti sensi di colpa, eppure non è così.
La paura di perdere è l’emozione più forte che gli esseri umani provano. L’oceano della paura è vastissimo.
Paura di rinunciare? Ma certamente. La paura è la merce più preziosa del mondo.
Se accendi la TV, navighi su un sito Internet, sfogli una rivista che cosa vedi? Gente che vende prodotti, che promuove servizi? Niente affatto. Quello che vedi è gente che vende la tua paura di vivere senza quel prodotto o quel servizio. Perfino se ti devono vendere un prodotto banale, per esempio una crema solare, il successo di quella vendita è proporzionale alla paura che hai di scottarti al sole senza quel prodotto specifico.
Steve Jobs utilizzava il metodo PAS (Probabilità — Agitazione — Soluzione) per descrivere il funzionamento dei processi decisionali che sottendono la strategia di “conquista” di un cliente. Prima di tutto c’è la probabilità che un dato problema ti colpisca; segue l’agitazione che è proporzionale alla gravità degli effetti che quel problema potrebbe avere su di te; infine, arriva la soluzione, intesa come quel senso di libertà che provi per esserti liberato dalla paura.
Ogni situazione incorniciata come “una perdita” acquista un peso emotivo e cognitivo importante al punto che le neuroscienze ci mostrano che: una perdita, per il nostro cervello pesa 2,25 volte in più di un guadagno. Per semplificare: guadagnare 1€ non è come perdere 1€ e perdere 1€ non è come guadagnare 1€, ma è come guadagnarne 2,25€. Ecco spiegato il successo delle slot machine e il motivo dei giocatori accaniti.
La paura è sempre stata un potente strumento di comunicazione, ma, prima ancora è uno strumento di manipolazione e, prima ancora, è un fattore cognitivo determinante in ogni nostro processo decisionale. Non è un caso che l’amigdala — il centro neurale più primitivo di cui disponiamo che regola le nostre risposte alla paura — sieda sempre al tavolo delle decisioni e, anzi, ha pure un posto d’onore riservato.
Per via della paura e per queste ragioni, come esseri umani siamo più “FOMO” che “HOMO” — senza ombra di dubbio.
Come invertire la rotta e perché?
In un famoso esperimento, Timothy Wilson — Università della Virgina — chiese ai partecipanti di scegliere, prima, tra 45 tipologie diverse di marmellata alle fragole quella che secondo loro era la più gustosa. La valutazione doveva attenersi ad alcuni criteri specifici quali, per esempio, la fruttuosità, l’acidità, l’estetica del prodotto, e così via. A seguire, gli sperimentatori chiesero di compiere lo stesso identico processo decisionale, riducendo la gamma di scelta a 5 tipologie diverse di marmellata, sempre alle fragole. Risultato?
C’è ne è più di uno:
- Avere più margine di scelta, aumenta il margine di rischio di incorrere in decisioni sbagliate, o peggio, di fare la scelta peggiore di tutte, ossia “scegliere di non scegliere” (che, intendiamoci, è pur sempre una scelta).
- I FOMO-Addicted, ossia coloro che dimostrano una maggior predisposizione alla paura di essersi lasciati sfuggire qualcosa, quando sono chiamati a spiegare perché “una marmellata piuttosto che l’altra”, passano la maggior parte del tempo a dire “quello che avrebbero potuto fare/scegliere” piuttosto che godersi effettivamente la scelta fatta.
Quale è, quindi, il consiglio che possiamo trarre da questo semplice esperimento comportamentale?
Nel mio caso specifico funziona ridurre il paniere a 3. Con tre scelte sul tavolo, c’è meno da preoccuparsi per quello che potresti perdere.
Sicuramente, è anche più facile scegliere e scegliere consapevolmente.
Quando scegliamo, è vero, togliamo cose piuttosto che aggiungerne.
Quando decidiamo di fare una cosa, è vero, non smetteremo mai di provare quel senso di incompletezza psicologica a cui il nostro cervello ci induce per il semplice fatto di aver avuto anche solo un’idea di tutto ciò che sarebbe stato possibile.
Quando prendiamo una decisione, però — diciamoci la verità — tutto diventa più trasparente e lineare e riusciamo a concentrarci molto meglio sui nostri obiettivi (personali, professionali, sociali, …) semplicemente perché smettiamo di lasciarci sconcentrare da tutto quello che potrebbe esserci sul tavolo e smettiamo di perderci nell’infinità dei mondi possibili che ogni nostra, anche piccolissima, decisione crea. Per dirla diversamente, quando decidi consapevolmente ti senti più “centrato”.
Ero una FOMO Addicted lo ammetto,
ma ora mi sento follemente Happy of Missing Out. E devo ammettere che è un piacere.
Ogni decisione è un investimento. Ogni investimento è un rischio. Ogni rischio è un’incognita. Ma un’incognita consapevole è un piacere immenso e, inevitabilmente, il successo passa attraverso questo percorso mentale.