La vita ama la morte

Federica Ongis
5 min readJan 20, 2024

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Gli antichi filosofi riflettevano sulla morte, non perché fossero persone tristi o pessimiste ma perché credevano che riflettere sulla brevità della vita potesse restituire alla vita stessa un potere esagerato. Che cosa hanno la vita e la morte in comune? Perché la vita dovrebbe amare la morte? Perché come esseri umani che ancora popolano questo mondo, dovremmo metterci a pensare alla nostra fine?

Secondo gli stoici la paura della morte è una paura irrazionale e infondata. La definivano “la superstizione dei viventi” poiché tutto nella vita è transitorio, noi esseri umani compresi. Prendere coscienza che nessun essere umano è immortale, che nessun corpo rimane eternamente giovane, è il primo passo per decidere come vogliamo vivere al meglio nel presente. Gli stoici, del resto, sono i primi a dire che per ottenere il massimo dalla vita, occorre vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Eppure, nella società di oggi, il desiderio degli esseri umani sembra muovere nella direzione contraria. Così, assistiamo al successo della chirurgia estetica che incarna il tentativo di rendere i corpi sempre perfetti e intoccati dallo scorrere del tempo e, contemporaneamente, alla depressione di quelle tante persone che, vedendosi invecchiare e non essere più in forze come un tempo, si struggono. Osserviamo persone che hanno investito tutta la loro vita su una cosa in particolare, che può essere la carriera, la famiglia o una passione, e si rendono conto che in quel campo non possono essere dei supereroi, dunque si frustrano. In una società come la nostra, dove il tasso delle malattie mentali ha avuto un incremento del +30% negli ultimi anni e dove l’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) ha parlato di tassi di depressione che valgono oltre il 4% del PIL e ci costano circa 10 anni di vita, occorre riflettere seriamente sulle cause e le strategie di intervento.

Perché la morte?

Riflettere sulla morte può offrire diversi benefici:

  • Apprezzare la vita. Di recente mi è capitato di guardare uno spot pubblicitario sul Natale in cui il regista intervistava diversi bambini in diverse parti del mondo, da Occidente a Oriente. A tutti chiedeva che cosa avrebbero desiderato da Babbo Natale. I primi, abitanti del mondo Occidentale, principalmente residenti negli USA, sognano IPhone e soldi; i secondi, abitanti dei paesi in via di sviluppo, sognano di poter mangiare lo zucchero, di riavere un familiare a casa, di avere una casa. Ora, se guardi una di quelle video interviste fatte ai sopravvissuti di catastrofi ambientali, persone che hanno perso tutto a causa, ad esempio di un terremoto, ti sarà capitato di rimanere colpito dalla forza con cui queste persone vogliono andare avanti. In un certo senso, catastrofi, guerre, pandemie, sono una sorta di memento mori, ovvero ci avvicinano a riflettere sulla morte inducendoci ad apprezzare la vita e incoraggiandoci a vivere in modo più significativo, consapevole e grato. In altre parole, questi eventi e queste circostanze ci invitano a riflettere su cosa è effimero e cosa è essenziale.
  • Priorità e focus. Nella vita ti sarà capitato di incrociare una o più persone che “stanno bene”: non hanno problemi economici, hanno un buon lavoro, una buona famiglia, ottime relazioni. Ti sarai anche chiesto: ma come fanno? Non sono magici e non sono supereroi! Semplicemente sono consapevoli. Questo li induce a vivere i diversi contesti — professionale, familiare, relazionale — come se non avessero niente da perdere e così sono sempre coerenti e consistenti con se stessi. E’ questo ciò che li rende, in un certo senso, magici! Il loro atteggiamento è sicuro e tale sicurezza è sintomo di tranquillità, non si ansiano, non si frustrano, non prendono decisioni che sono distoniche rispetto ai propri valori e così prosperano. Riflettere sulla morte può aiutarci ad identificare ciò che è davvero importante, consentendoci di focalizzarci sulle relazioni, le esperienze e gli obiettivi che contribuiscono a dare senso alla nostra vita e a dare forma alla nostra identità.
  • Superare la paura. Di quante cose abbiamo paura? Non c’è sentimento che cresca più rigoglioso della paura. Forse, di tutte le cose del mondo, nulla si evolve e si trasforma meno della paura. La paura è l’emozione generata dall’incapacità del nostro cervello di avere il controllo su una determinata situazione, così è l’emozione che più di tutte è legata all’ignoto. E che cosa è più ignoto o invisibile della morte? La paura è frutto della mancanza di fiducia in se stessi ed è alimentata dalle aspettative future. Si manifesta in vergogna, gelosia, arroganza o nell’identificazione di un nemico da odiare. Riflettere sulla morte oggettivando l’inevitabile destino di ogni essere umano ci consente non solo di affrancarci dal futuro per focalizzarci su ciò che conta nel presente, ma soprattutto rende le nostre paure divertenti. Lo diceva anche Hobbes: l’antidoto migliore alla paura è la comicità. Lo ribadiva Nieztsche quando scriveva: “Si sbaglierà di rado se si ridurranno le azioni esterme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura”. Sdrammatizzare per vivere con più leggerezza e serenità: a questo ci aiuta riflettere sulla nostra fine.
  • Preparazione mentale e saggezza. Vivere come se fosse l’ultimo giorno della nostra esistenza non significa predisporci ad assumere un atteggiamento superficiale, uno stile di vita frivolo, bensì significa riflettere sul fatto che siamo esseri mortali e iniziare a non dare più per scontate le cose che ci accadono, comprese quelle più piccole, perché si è consapevoli che non ci verranno concesse all’infinito. La riflessione sulla morte è la porta d’accesso all’areté. Per gli stoici il concetto di areté si riferisce alla virtù o eccellenza morale. Superare la FOMO — ovvero la paura di esserci persi qualcosa — ci aiuta a concentrarci sul qui ed ora. L’areté è la qualità di carattere che un individuo sviluppa attraverso la pratica del coraggio, della saggezza, della giustizia e dell’autodisciplina. E’ quella virtù che ci porta a vivere in modo virtuoso e soddisfacente indipendentemente dagli eventi esterni. La pratica della virtù, secondo gli stoici, è centrale per raggiungere l’atarassia, uno stato di tranquillità interiore. Si tratta proprio di una tranquillità che nasce dalla consapevolezza. Pensare alla propria mortalità è un sano esercizio mentale che ci aiuta e ci incoraggia a fare scelte e prendere decisioni in linea con i nostri valori, i nostri obiettivi, la nostra morale. Riflettere sulla morte apre alla differenze di cui parlava Seneca: “tra vivere ed esistere”.

Contrari

Come ogni cosa che esiste, esiste con il suo contrario: così la vita con la morte. Chi più ama la vita accetta la morte e chi più riflette sulla vita, riflette anche sulla morte. Chi vuole avere una vita significante deve dare un significato anche alla morte. L’idea della propria morte è inconcepibile perché evoca il totale annientamento dell’Io. In realtà, come ci insegnano gli antichi, il pensiero della morte e l’idea della finitudine ha un potere salvifico. Insomma, come scriveva Marco Aurelio nelle sue riflessioni con se stesso:

“Non disprezzare la morte ma accoglila di buon grado perché anch’essa è un ente tra quelli che natura vuole”.

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Federica Ongis
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Written by Federica Ongis

HR Training Specialist & Development — Podcaster of “Seven O’clock” Podcast — Woman-philosopher. Passionate about behavioural sciences and neuroscience.

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