Maledetto Cartesio!? Perché non dovresti pensare di ESSERE ciò che PENSI.
“Lo spirito umano, riflettendo su sé stesso, conosce di non essere altro che una cosa che pensa” — Cartesio.
Cartesio è il fondatore del razionalismo, cioè della convinzione per la quale la ragione è l’unica fonte di conoscenza di cui l’essere umano dispone. Il razionalismo ci dice che esistono strutture, principi, meccanismi che, come assiomi, ci permettono di conoscere deduttivamente il mondo. Al razionalismo fa seguito una concezione “riduzionista” della persona e cioè il razionalismo riduce la persona ad un essere che pensa. Per questo Cartesio diceva: “Cogito ergo-sum”, “Penso, dunque, sono”. Ma siamo sicuri che, come esseri umani, siamo soltanto il prodotto di ciò che frulla nella nostra testa, dei nostri pensieri? Se così fosse, in questo secolo, saremmo spacciati!
Se l’unicità dell’essere umano venisse ridotta al pensiero razionale, smetteremmo di essere “unici”. Un pensiero razionale, logico o matematico è “lo stesso” indipendentemente dalla mente che lo pensa. 2+2 = 4 per me come per te.
La rivoluzione tecnologica, i sistemi di Intelligenza Artificiale, il progresso delle macchine mettono in luce le conseguenze drammatiche delle affermazioni di Cartesio. Vale a dire: se “Penso, dunque, sono” e se il pensiero che mi identifica è il solo pensiero razionale, e se, pure gli algoritmi di una macchina sono capaci di questa forma di pensiero è, molto probabile che, anche una macchina possa “essere”.
Credo che la fortuna di Cartesio sia stata proprio quella di aver vissuto in un’altra epoca dove, il progresso tecnologico, non era così evoluto da mettere in risalto queste possibili conseguenze. Oggi le macchine sanno fare cose che, probabilmente, molti di noi non sono capaci di fare. Battono il nostro cervello che, benché sia flessibile e si arricchisca ogni giorno che passa, non è in grado di essere “interconnesso” e sempre “aggiornato” come lo è un sistema. L’amara verità è che il mondo è diventato tanto complicato per un cervello come il nostro che è rimasto quello di quando eravamo cacciatori e raccoglitori. L’evoluzione è lenta. La tecnologia è “super veloce”.
Per fortuna le scienze comportamentali ci ricordano che gli esseri umani non sono solo razionali, che possediamo più di un’intelligenza, che il più delle volte siamo fallibili, vittime di bias cognitivi, che ci sono cose come la nostra determinazione, le nostre motivazioni personali, le nostre emozioni, la nostra creatività che definiscono la nostra identità dando — fortunatamente — torto a Cartesio. Non è solo ciò che penso a dirmi chi sono, ma è c’è dell’altro. Il rischio è che, anche questi aspetti di noi, come la tanto decantata “intuizione umana”, possano essere prima o poi, ridotti al riconoscimento di modelli o meccanismi che renderebbero “tecnologizzabile” anche ciò che ancora non lo è (o almeno, non lo è in via definitiva). Fatto sta che, resterà sempre una componente di “imprevedibilità” in noi che ci mostrerà l’errore di Cartesio.
Al di là di quello che disse nel 1944 il neurobiologo portoghese Antonio Damasio, e cioè che Cartesio avesse commesso un gravissimo errore nel considerare la mente (“res cogitans”) come qualcosa di separato e indipendente dal corpo (“la res extensa”), Cartesio aveva torto per altri tre motivi.
(1) Il riduzionismo e il dubbio cartesiano ci fanno dimenticare che siamo il prodotto delle nostre azioni e ci intrappolano nella dimensione astratta del pensiero. Cartesio ci ha detto che dobbiamo dubitare di tutto tranne che di una cosa, di noi stessi. Di noi non dobbiamo e non possiamo dubitare perché, noi siamo una certezza: penso, dunque, sono. Detta altrimenti, se so che sto pensando, so che sono io a pensare, per questo, sono consapevole di “esistere”. Peccato, però, che chi venne dopo Cartesio, i cosiddetti “relativisti estremi” — gli estremisti, del resto, non mancano mai — si siano messi a dubitare anche di quella che per Cartesio era una certezza: la nostra esistenza! Per questi ultimi, anche noi siamo un’illusione. Niente ci permette di dimostrare con certezza che il pensiero possa, da solo, giustificare la nostra esistenza. Risultato: tutto è in dubbio! Eppure, se ti chiedessero esplicitamente se ti sei mai trovato nella condizione di dubitare del fatto che esisti, cosa risponderesti?! Potresti dire di aver dubitato di te stesso in questa o in quella circostanza, ma immagino che il dubbio finisca lì. Questo perché ciò che fai dà conto di chi sei in ogni istante. Sembrerebbe che Cartesio si sia dimenticato delle azioni intrappolandoci nel regno del pensiero. Il pensiero e le intenzioni, tuttavia, non bastano per fare di noi delle persone. C’è una differenza sostanziale tra “pensare” e “agire” e le azioni hanno un peso specifico sulla nostra identità, più di quanto ne abbiano i nostri pensieri e le nostre convinzioni.
(2) Il riduzionismo e il dubbio cartesiano, annichilendo l’azione, eliminano la responsabilità. Noi siamo responsabili delle nostre azioni. Non ho mai visto “accusare” o “condannare” qualcuno per ciò che pensa, senza che il suo pensiero malvagio sia stato esplicitato in qualche modo. Non ci sono poliziotti nel tuo cervello capaci di scrutare i pensieri che ti rendono una brutta persona. Analogamente, non si può punire un’intenzione se essa non dà seguito ad un’azione che produce risultati tangibili. Questo ci dice che non è tanto ciò che pensiamo a dirci chi siamo ma, di nuovo, ciò che facciamo e la responsabilità che ci assumiamo per le nostre azioni! Ogni volta che compiamo un’azione, che scegliamo o prendiamo una decisione operiamo un taglio, recidiamo il blocco di marmo iniziale, ancora privo di forma, ancora indefinito e dal non-essere di quella forma tiriamo fuori ciò che scegliamo di essere. Questo stesso potere un pensiero non c’è l’ha, o meglio, non è così forte! Un pensiero non sa incidere un blocco di marmo. L’atteggiamento di Cartesio genera una carenza naturale di responsabilità. Diversamente, un’azione può modificare un pensiero, definirci e stabilire la nostra responsabilità. La responsabilità chiama evidenza, richiede azioni.
(3) Nel razionalismo cartesiano è intrinseco il concetto di “destino” e viene meno la libertà. Se l’esistenza dell’essere umano venisse realmente ridotta al pensiero razionale allora sarebbe tutto più prevedibile. Quando tutto è prevedibile è più facile credere nel destino (o comunque in qualcosa di pre-determinato). Una macchina, per esempio, è prevedibile ma una persona? Quando si parla di persone non c’è niente che possa essere prescritto. Esiste una cosa che si chiama “libero arbitrio” o “libertà” che ci dice che spetta ad ognuno di noi decidere, nel qui ed ora, quale forma darci. Le nostre motivazioni, le nostre azioni, le nostre responsabilità ci danno una forma specifica che oltre che essere unica, cambia così di frequente, che neanche noi sappiamo prevedere come sarà fatta. Purtroppo però, l’imprevedibilità spaventa l’essere umano, perché gli toglie la possibilità di controllo, la stessa paura potrebbe averla provata Cartesio che pensò quindi di “ridurci a ciò che pensiamo” facendoci credere che “se dev’essere così che sia così” e facendoci dimenticare che possiamo sempre cambiare le cose. Nel concetto di “destino” o di “prevedibilità” c’è pessimismo, invece noi, in fondo, siamo molto ottimisti!
Nella nostra società, se vogliamo preservare la nostra autenticità, dobbiamo evitare che l’essere umano vada in cortocircuito e per farlo dobbiamo ricordarci che nessuno di noi è un’idea platonica ma siamo tutti e ciascuno una rappresentazione particolare, probabilmente non perfetta, ma particolare.