Paradigmi in crisi e nuovi paradigmi
“Non puoi diventare sempre più ricco, almeno non per molto, se rendi più povero il mondo intorno a te”, recita una citazione che coglie appieno il modo con cui, ormai, da anni, l’essere umano affronta la propria quotidianità. Il paradigma vincente di quest’epoca si è costruito e si è fondato su due parole d’ordine: efficienza e crescita. Dagli USA all’Europa, fino all’Asia ci siamo convinti che crescere sia l’unica soluzione. Allo scoccare del nuovo anno, scrivendo quali saranno i nostri buoni propositi per questo 2022, forse una domanda è opportuno porsela e, probabilmente, vale la pena chiedersi: crescere è sempre una soluzione? Come possiamo rivalutare il concetto di “crescita” nel senso di un nuovo paradigma che non sia più solo e soltanto quello della crescita economica, dell’efficienza produttiva ma della felicità e dell’equilibrio individuale?
Perché la crescita tout-court non è una soluzione?
Possiamo crescere all’infinito? La risposta è no. Per la legge dell’equilibrio, quando qualcosa cresce qualcos’altro decresce ed è così che più una parte del mondo si evolve più qualcuno viene lasciato indietro. Uno dei paradossi più drammatici che il paradigma della crescita, intesa come efficacia, efficienza, velocità, porta con sé sono tutta una serie di disuguaglianze socio-politiche. Possiamo crescere all’infinto? Di nuovo, la risposta è no! Perché le risorse sulle quali basiamo la nostra crescita sono limitate e si esauriscono. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo badato molto più alla nostra salute economica che alla salute del Pianeta, dimenticandoci che la prima non può esistere senza la seconda. Possiamo crescere all’infinito? Per la terza volta, la risposta è no! Perché crescita e felicità non sono sinonimi. Al benessere materiale dell’essere umano non segue né consegue un benessere generale. Anzi, sembrerebbe proprio che oggi le persone, più cose hanno e più sono scontente e insoddisfatte.
Quali sono i nuovi paradigmi? Quali quelli che dobbiamo recuperare?
(1) Il senso di comunità.
In quest’epoca la velocità della crescita ha prodotto cambiamenti esponenziali che non fanno altro che aumentare l’incertezza. L’assenza di controllo destabilizza l’essere umano. Eppure, nel nostro modo di rispondere ai cambiamenti sembra proprio che abbiamo sviluppato un approccio contrario a quello che applicavano i nostri antenati e cioè abbiamo preferito l’individualismo alla comunità. Abbiamo dimenticato che cosa significa appartenere a qualcosa con tutti i valori e la forze che ne consegue. Oggi si respira frammentazione specie se si osserva la società.
Perché l’individualismo è dannoso? Primo, perché siamo parte di un ecosistema interconnesso, secondo perché stare da soli ci peggiora. Nel 1997 uno studio condotto dalla Carnegie Mellon University ha dimostrato che le persone con una vita relazionale più vivace hanno meno possibilità di contrarre virus e ammalarsi. Nel campo scientifico è ormai assodato che chi ha più contatti diretti con gli altri esseri umani vive meglio. Ecco perché il primo paradigma da ripristinare è il paradigma dell’essere comunità. La pandemia ci ha separato e ha inasprito il nostro sentirci individui prima che membri di un gruppo; eppure dovremmo trovare soluzioni creative per coltivare il nostro spirito di comunità.
(2) Equilibrio e felicità. Che cosa ci rende felici, davvero?
Per molto tempo si è dato per scontato che acquistare una bella auto, vivere in una grande casa, comprare un vestito alla moda ci rendesse felici. Questa idea è coerente con la teoria economica della massimizzazione dell’utilità per la quale, ogni volta che una persona compra o vende qualcosa, investe il suo denaro secondo una decisione razionale, frutto di una valutazione accorta di costi e benefici. In sostanza, se siamo convinti che un nuovo paio di scarpe possa renderci felici, allora sarà sicuramente così. Eppure, con il passare del tempo, ci rendiamo conto che l’essere umano è tanto irrazionale, che la maggior parte delle cose che acquistiamo lo acquistiamo impulsivamente e che, spesso, possedere qualcosa è l’unico modo che abbiamo per nascondere insicurezze, fragilità e carenze di altro tipo. La verità è che siamo sempre meno connessi a ciò che ci rende davvero felici.
Come recuperare? Innanzitutto c’è da chiarire che la nostra felicità dipende non tanto da come investiamo i nostri soldi, ma dal modo in cui investiamo le nostre energie. Come possiamo utilizzare il nostro tempo per migliorarci?
Che si tratti di lavoro o della nostra vita personale dobbiamo, in primo luogo, riscoprire abitudini stabili e affidabili che ci consentano di avere dei punti di riferimento a partire dai quali darci uno scopo. Prendi i bambini molto piccoli, sono sereni se la loro routine è stabile, mentre diventano lamentosi e aggressivi se non dormono. Questo perché l’imprevisto abbassa i nostri livelli di serotonina provocandoci ansia e depressione. Per vivere bene dobbiamo darci delle regole, pianificare e stabilire traguardi coerenti con il nostro scopo. Evitare l’incertezza o schivare le crisi è impossibile, ma è possibile imparare a gestirle con serenità questo significa imparare a mettere in ordine le cose che possiamo controllare per incanalare al meglio le nostre energie e risorse e vivere più serenamente.
La seconda cosa da fare è riconoscere che la nostra esistenza è fatta di tante dimensioni: quella fisica, familiare, mentale, finanziaria, personale, lavorativa e spirituale e, a quanto sembra, la felicità è il giusto equilibrio tra tutte queste sfere. Per esempio, una persona che ottiene successo economico ma che, a causa del lavoro, manca la salute fisica o senza amici non sarà mai felice. Quando una delle dimensioni che costituiscono la nostra persona viene minacciata il rischio è che tutta la nostra serenità venga messa in discussione.
(3) Controllare l’ansia. Prestare attenzione. Apprezzare.
Il terzo paradigma si compone di tre elementi: controllo, attenzione, apprezzamento. Quando le cose sono incerte nessun essere umano in carne ed ossa può evitare di sentirsi “scombussolato”. Perciò, un buon esercizio per controllare l’ansia che deriva da questa sensazione è chiedersi: “Che cosa posso fare oggi per affrontare un pezzettino del problema?”. Ci sono diversi esercizi che possono aiutarci a controllare l’ansia. Un esempio è sistemare ciò che è in disordine, anche un banale cassetto o la tua scrivania. Al secondo posto c’è l’attenzione: quando il mondo corre veloce accorgersi delle piccole cose diventa difficile o, peggio, diventa comune darle per scontato. Il risultato è che diventiamo incapaci di apprezzare quello che abbiamo. Anche durante una brutta giornata ci può capitare di imbatterci in piccole opportunità. Notarle ed apprezzarle fa tutta la differenza. Il barista che ti prepara il caffè la mattina o un collega che ti saluta calorosamente, sono piccoli esempi di gesti e comportamenti che se riconosciuti contribuiscono a regalarci serenità.
Morale: crescita, efficienza, velocità sono paradigmi che continuano ad avere una certa forza in quest’epoca, guidano i nostri comportamenti e il modo in cui mondo corre e cambia; ma, visti i tempi che corrono, con i rintocchi del nuovo anno, il suggerimento è quello riflettere insieme su quali sono le nuove coordinate a cui dedicare tempo, attenzione ed energie per vivere — se non una vita — quanto meno un anno, più felice.
“Una vita felice è una vita che punta ad avere un significato, piuttosto che un semplice obiettivo da raggiungere”.