Qui non si butta via niente! Elementi di economia-circolare.
“Qui non si butta via niente!”. Questa è una delle frasi preferite da mia nonna che essendo cresciuta in tempi di guerra, quando le risorse primarie come il cibo, i vestiti o un posto caldo in cui dormire scarseggiavano, quando il poco che c’era era da dividere tra dodici fratelli e sorelle, il padre e la madre, era una frase che aveva un enorme valore di verità: non si buttava via niente per davvero! Questa frase che allora si traduceva in comportamenti di riciclo, risparmio, negli anni, mia nonna ha provato a trasferircela come un vero e proprio insegnamento.
Oggi si sente sempre più di frenquente parlare di economia circolare per riferirsi a tutte quelle attività o incentivi che favoriscono la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia che mantiene il più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse e che riduce al minimo la produzione di rifiuti. Diverse start-up sono diventate famose per aver adottato questo modello economico, da Vinted, a Sulapac, a Grover, a Too Good To Go, a Refurbed sono tantissimi i nomi di imprese nascenti da tenere d’occhio ad oggi. In sostanza, da diversi fronti e in diversi settori di mercato, l’economia circolare è la risposta che stiamo provando a dare per recuperare anni di consumismo sfrenato, di sprechi e di utilizzo delle risorse di questo Pianeta che prima o poi si presenterà al varco con un conto così salato da non potercelo permettere. Insomma, altro che “non si butta via niente”, abbiamo buttato via troppo e ora dobbiamo riabituarci.
Come funziona l’economia circolare? Un caso pratico.
Fin da quando ero piccola mia nonna ha avuto un orto che, ancora oggi, all’età di 86 anni cura e coltiva un pezzo di terra da cui tira fuori frutta e verdura tutto l’anno. Con le verdure dell’orto, lavate e tagliate, la nonna decide ogni giorno cosa preparare per pranzo. Alcune verdure finiscono in tavola, altre le insacchetta e le distribuisce ai suoi figli, mio padre e mia zia. Quando ci sediamo a tavola si mangia ed è una regola che si debba finire quello che si ha nel piatto. Questo non significa che non avanza niente, ma ciò che avanza, diventa la base per la ricetta del giorno dopo. Dalla materia prima, alla progettazione, alla distribuzione, fino al consumo, al riutilizzo o al riciclaggio in un giorno qualsiasi, probabilmente anche tu, come me, sperimenti le diverse fasi dell’economia circolare il che non dovrebbe rendere l’intero processo difficile da capire. In breve, si tratta di ottimizzazione l’uso e il riuso delle risorse, alla quale si aggiunge la capacità di osservare gli asset esistenti e vedere in essi nuove opportunità.
Ma allora, dove sta il difficile di questo modello? Se il re-investimento delle risorse è cosa “più o meno naturale” in tempi di “magra”, quando le cose sembrano “normali” e il consumismo è un’abitudine la sfida dell’economia circolare è una sfida iper-complessa. Perché? Semplice perché siamo irrazionali e tendiamo a pensare come individui piuttosto che come “parte di un sistema”. Prendiamo decisioni in base alle informazioni che abbiamo a disposizione, di fretta e sotto l’influenza delle nostre emozioni. Cambiare punto di vista è più difficile di quanto possa sembrare ed esaurire tutte le risorse di cui disponiamo fino all’indisponibilità più totale è parte della nostra voracità naturale e di quell’istinto di sopravvivenza che abbiamo in comune con gli animali che ci induce a fare scorte e ad essere ingordi per prevenire eventuali scarsità. Così come è “normale” e irrazionale vediamo costi e benefici nel breve termine e siamo completamente ciechi se ragioniamo in prospettiva. Insomma, il nostro bagaglio di limiti cognitivi rende i concetti di risparmio, riutilizzo e ottimizzazione poco rewarding e quindi poco attraenti.
Oggi, quando si parla di economia circolare si parla di un nuovo modo di produrre e far girare l’economia che ci chiede: a) la capacità di affinare la conoscenza delle diverse dimensioni del sistema produttivo; b) la capacità di riconoscere le interconnessioni; c) la capacità di porsi domande sul comportamento e sulle abitudini future degli essere umani; d) la capacità di essere intra-dipendenti e creativi nella riprogettazione di un sistema in cui il piacere del consumo non è necessariamente legato al consumare qualcosa di “nuovo”.
Perché la sostenibilità non dovrebbe essere faticosa
Nell’immaginario comune dell’economia e dei mercati la “sostenibilità” pare essere faticosa, eppure non dovrebbe. Come esseri umani siamo esseri naturali e come parte della Natura non dovremmo essere terrorizzati dall’idea di uno sviluppo alternativo a quello che ci ha permesso di arrivare fin qui. Il nostro modello di crescita e di produttività è basato sulla spazzatura, concetto che, oltre che ad essere insostenibile e rischioso, non esiste in natura. La Natura funziona per cicli ma è chiaro che prima di scoprire che la cacca fosse concime c’è voluto del tempo, un certo acume e una certa creatività! Speriamo di averne a sufficienza per i prossimi anni!!!