Se non sei d’accordo puoi dirlo.
Alcune strategie per manifestare disaccordo con “siede più in alto di te”
Ciascuno di noi ha opinioni diverse. E’ un fatto. Si sà, una prospettiva diversa può essere l’anticamera del disaccordo. Finché si discute di ciò su cui non si concorda e finché non c’è bisogno di arrivare ad un “dunque” decisionale, tutto può anche filare liscio. Purtroppo, però, nella maggior parte dei casi le parole portano a decisioni e le decisioni, per natura, sono una sintesi di opinioni plurali.
Il tema vero che oggi voglio sottoporti riguarda tutti quei casi in cui: il tuo capo ti assegna un compito ma tu credi che sia inadeguato o che non funzionerà, il tuo collega senior ti dice come devi fare, ma tu ritieni che ci sia un metodo migliore, i tuoi genitori ti incalzano a comportarti in un certo modo ma tu li consideri completamente disallineati rispetto al tuo modo di fare. La vita quotidiana, ci mette spesso di fronte al duro compito di dover manifestare disaccordo con chi gerarchicamente sta sopra di noi. Sicuramente non è facile. Come possiamo dissentire rispetto a chi ha più potere di noi?
Parola agli esperti
E’ una reazione naturale dell’essere umano quella di temere e stare alla larga da ogni forma di contrasto con i propri “superiori”, anche se questo contrasto si esprime nella “debole” forma del dissenso.
Il nostro cervello è specializzato nell’arte della sopravvivenza. E’ il suo mestiere. Perciò, c’è un bias naturale e radicato che ci induce ad evitare ogni tipo di situazione che potrebbe essere “dannosa”. Se il disaccordo è la massimizzazione del rischio, fare silenzio o acconsentire è il potere che il nostro cervello mette in pista per eliminare ogni forma di potenziale pericolo. Joseph Grenny, co-autore di Crucial Conversations sostiene che quando esprimiamo disaccordo, contemporaneamente, il nostro cervello pensa: “Non gli piacerò mai”, “Mi odierà” — o ancora — “Verrò licenziato”.
Il disaccordo è un atto di coraggio, che serve, più che per schiacciare, per alimentare il potere. E’ chiaro, di fronte ad un dittatore il dissenso è l’anticamera della decapitazione, ma nel lavoro, in società, tra esseri civili, il contrasto è benzina che serve ad accendere un interesse comune. La dialettica hegeliana ci insegna: tesi, antitesi, sintesi. Come Leader (come capo, come superiore) avrai la tua tesi, ma se vuoi arrivare ad una sintesi di valore hai per forza bisogno di qualcuno che incarni l’antitesi. E’ come in una storia: niente eroe, senza antagonista.
La formula dell’antitesi
Sii realista a proposito dei rischi. Questo è il primo passo da compiere. A meno che tu non voglia contrastare un sadico dittatore, in tutte le altre circostanze avere un’opinione non ti ucciderà. Tuttavia, la maggior parte delle persone sovrastima il rischio del dissenso. Questo avviene perché quando ci si predispone mentalmente ad esprimere disaccordo verso i propri superiori, si innescano una serie di paure primitive che hanno il peso, in termini di condizionamento, di una minaccia di morte. La prima cosa da fare è imparare a controllare questa reazione emozionale automatica che, di solito, o paralizza o piega, e provare a valutare lucidamente il peso del rischio.
(Come?) C’è una strategia. L’ho vista funzionare personalmente per cui ve la racconto. E’ una strategia che si articola in tre tappe mentali: assumi, decostruisci, ricostruisci.
Il processo di “assunzione” (1) deve portarci a prendere ciò che ci viene proposto come “il massimo della verità”. In questa fase, non giudicare, osserva, ascolta, prova a capire perché per il tuo capo ha senso ciò che ti sta chiedendo/dicendo.
Il secondo step è la “decostruzione” (2): distruggi, decostruisci, prova a sederti dalla parte opposta. Chiediti quale è l’esatto contrario di ciò che ti stanno proponendo? Chi potrebbe essere l’antagonista d’hoc? In pochi minuti avrai in mano una moltitudine di elementi di verifica. Le possiamo chiamare: controprove.
A questo punto inizia la terza fase, la “ricostruzione” (3). Fai a fette l’argomentazione principale e associa a ciascuna fetta la sua controprova. A questo punto domandati: dove è che percepisci più distonia? Quale è il punto che ti crea più disagio? Trovato? Molto bene! Quello, e solo in quello, è il punto su cui dovrai focalizzare l’antitesi. Sempre con l’obiettivo di ricostruire, utilizza tutti gli altri elementi con i quali non dissenti principalmente e sfruttali per creare un terreno comune di gioco e di dialogo. Fissa, dunque, l’obiettivo condiviso e serviti di questo per seminare la tua antitesi. A seguire, riformula il problema secondo una nuova sintesi, che a questo punto è, potenzialmente, condivisibile.
Delicatezza
Il momento più delicato di tutti non è nella formulazione del dissenso che avviene nella nostra testa, ma nella sua manifestazione pubblica: la comunicazione.
Innanzitutto stai calmo, con le parole e con le azioni, l’ansia rivela soltanto l’inconsistenza della tua posizione ancora tediata da una grande paura emotiva. Sii umile, anche la tua è un’opinione. Sui fatti, sui dati, sui numeri, sull’oggettività non c’è mai tanto da discutere o dissentire, sono lì da vedere, si dissente sulla loro interpretazione perciò non fare il Re della verità. Piuttosto dimostra curiosità vero tutte le posizioni in campo, non per compiacere ma per arricchire il tuo punto di vista. Per quanto antitetica sia la tua posizione c’è sempre qualcosa di buono nelle sue alternative. Non è un caso che la sintesi abbia sempre a che fare con il togliere e il conservare.
Un altro suggerimento molto utile che ci regalano le scienze cognitive ci dice che le persone di potere hanno bisogno — come te del resto — di “sicurezza psicologica”, di sentirsi al sicuro. Hanno bisogno di vivere il controllo. Perciò, chiedi il permesso di dire la tua. Il via libera ti darà più sicurezza.
E se la risposta fosse “no”? Sarebbe illuminante nella misura in cui darebbe piena luce al fatto che state giocando su due terreni diversi. Chiunque desideri accrescere il proprio potere conseguendo i propri obiettivi ha bisogno di stimoli di dissenso per rafforzare le proprie posizioni, vagliarle, testarle. Il cieco supporto è, piuttosto, il preambolo di una perdita di potere.
Tutto questo discorso, infatti, funziona se e solo se si fa una premessa: il fine deve essere lo stesso, si deve arrivare alla stessa vetta (seppur percorrendo sentieri diversi). Diversamente, se ti accorgi che le mete non coincidono, allora, forse, la domanda più importante da farsi è: “Sicuro che sia il tuo capo?”.
E per concludere ricordati: che quando si parla di “dissenso” e “superiori” si presuppone anche che l’ultima parola spetti a questi ultimi così come la responsabilità della decisione finale. Ciò significa che, se nella tua argomentazione c’è del valore, esso verrà riconosciuto spontaneamente. Chiaro è che per essere riconosciuto, in qualche modo devi esprimerlo. E poi -diciamocelo: il cannibalismo non va più di moda!