Strategie di Problem Solving. Come diventare abili risolutori di problemi?
Se c’è un problema c’è sempre, anche, una soluzione.
Quando ero una studentessa mi capitava molto spesso di dover studiare pagine e pagine per preparare una verifica o un esame. Il mio metodo di studio era piuttosto banale: aprire il libro, leggere, schematizzare e provare a ripetere “a parole mie” dall’inizio alla fine. Se alle superiori si trattava di avere a che fare con 20,30 o al massimo una cinquantina di pagine, all’università i volumi erano nettamente superiori e la situazione nettamente meno gestibile, almeno con quel metodo. Infatti, le pagine erano diventate volumi e i volumi erano uno, due, tre, se non di più... Il mio problema era che partivo motivata e sui primi volumi niente da dire, me li ricordavo perfettamente, impiegavo il giusto tempo per analizzarne il contenuto e capirlo, ma poi, subentrava la stanchezza e sugli ultimi argomenti iniziavo a sperare che bastasse sfogliare le pagine per aver studiato. E’ l’illusione di ogni studente quella di possedere lo stesso potere di Flash, il supereroe della Marvel, che dotato di super velocità immagazzina informazioni in meno di uno schiocco di dita.
Purtroppo però, sono un essere umano e non un supereroe della Marvel per cui per ottenere buoni risultati dovevo sbatterci la testa. Fu una mia amica della facoltà di Lettere a pormi sul tavolo una soluzione. Anche lei era abituata a “pile di libri” da preparare per ogni esame e, ricordo che mi disse: “Quando entri nel loop della disperazione e non sai più da cosa partire, parti dalla fine. Studia i libri al contrario!”.
Strategie e Creatività
Abbiamo la tendenza ad approcciare i problemi come se dovessimo approcciare esperimenti scientifici il che non sempre è efficace perché ci vincola a ricercare soluzioni lineari che non sempre sono le migliori. Il filosofo Karl Popper ci dava un metodo per affrontare quello che oggi chiameremmo “il problem solving” : a. si incappa nel problema; b. si studiano i tentativi già messi in atto per risolverlo; c. si cercano soluzioni alternative; d. si sperimentano queste soluzioni; e. si misurano i risultati e f. si aggiusta il tiro fino a trovare la soluzione più ottimale. Questa prassi funziona se il problema è posto nei termini di una ricerca scientifica, ma, nella vita di tutti i giorni non sempre la soluzione ai nostri problemi necessita prima della spiegazione del problema stesso. Anzi, molto più di frequente, sono le soluzioni che troviamo a fare chiarezza sul problema. Detto in altre parole, una buona strategia per risolvere i problemi consiste nell’adottare un approccio più pragmatico e libero da relazioni causali e linearità. Il metro di misura più efficace è proprio l’efficacia! Funziona? Allora significa che è una buona soluzione e così è successo quando ho iniziato a studiare “al rovescio”!
Dal problema alla soluzione
(1) Il primo passo per risolvere un problema è definirlo.
Che tipo di problema hai? Chi è coinvolto? Quando si verifica il problema? Quale è la dinamica? Una regola fondamentale in questa fase è: prova ad immaginare lo stesso problema e a riformularlo da prospettive diverse. Questo ti aiuterà a capirne le caratteristiche ma anche a verificare se quello che stai affrontando è un reale problema o se è “un non problema”. In questa fase si tende ad andare di corsa perché quando c’è un problema tendiamo ad essere ingolositi dalle potenziali soluzioni, eppure, come diceva Napoleone: “se hai molta fretta, vai molto piano!”.
(2) Quale è la cima della montagna? Quale è il tuo obiettivo?
Aver chiaro l’obiettivo è il secondo step per trovare risolvere un problema con il minor sforzo e il massimo risultato. Qualche decennio fa la NASA aveva investito milioni di dollari per inventare una penna che scrivesse anche nello spazio perché, per ovvie ragioni, lassù le penna a sfera non funzionano. Si trattò di una ricerca volta a rispondere ad un problema concreto, che chiamò all’appello oltre che ingenti investimenti, molte menti brillanti. Finché di lì a qualche tempo saltò fuori che i russi, più poveri di risorse, semplicemente avevano deciso far scrivere i loro astronauti con le matite. Di fatto, quale era l’obiettivo? Scrivere! E che differenza fa con cosa scrivi?! Aver ben saldo l’obiettivo che si vuole raggiungere quando un problema bussa alla nostra porta può aiutarci a semplificarlo e a trovare soluzioni più immediate.
(3) Cosa è andato storto?
La terza mossa da fare è chiedersi che cosa non ha funzionato? Perché? Ognuno di noi ha i suoi problemi ma per quanto peculiari possano essere ci sono sempre delle ricorrenze che, se rintracciate, ci aiutano parecchio! Confrontarsi con chi ha già avuto un’esperienza simile è sempre meglio che ricominciare da zero. Sapere cosa non và è un modo di fare chiarezza su cosa potrebbe funzionare!
Tecniche e tattiche
Oltre che alla creatività, per essere abili risolutori di problemi, occorre fare appello almeno ad altre tre doti.
La prima è la capacità di comunicare strategicamente per inquadrare il problema in modo che giochi a nostro vantaggio: ristruttura la percezione della realtà. In altre parole, se pensi che una donna non possa un buon soldato in condizioni di guerra, inizia a vederla come un amazzone guerriera. La seconda è fermarsi a considerare e valutare gli effetti circolari e retroattivi (non soltanto quelli lineari) che la mia soluzione potrebbe avere (non si tratta di pensare soltanto se faccio x, allora y… ma anche di considerare i potenziali effetti boomerang). Terza dote è approcciare il problema con genialità, cioè da prospettive non ordinarie (come studiare al contrario!).
Detto questo, esistono alcune tecniche estremamente pragmatiche che vengono in nostro soccorso quando dobbiamo risolvere un problema.
(1) Nel peggiore dei mondi possibili. Per trovare la soluzione ad un problema non sempre basta chiedersi cosa fare per risolverlo, a volte, può essere molto più utile chiedersi: cosa dovrei fare per perggiorare la situazione? Questo ragionamento paradossale aumenta le possibilità di accedere a nuove alternative risolutive.
(2) Negli migliore dei mondi possibili. Come sarebbe il mondo se non ci fosse questo problema? Qualcuno direbbe “Fake it until you make it!” per dirci che, spesso, le profezie si auto-avverano e che, quindi, talvolta, ha perfettamente senso approcciare il problema come se non esistesse. Questo non significa ignorarlo bensì sforzarsi di creare le condizioni per il realizzarsi di un contesto in cui quel problema non ci sarà più.
(3) Fare a fette il problema. Hai mai pensato di fare il cammino di Santiago? Se sì, è molto probabile che — a meno che tu non sia un super camminatore — abbia pensato: “oddio è lunghissimo, riuscirò mai a farcela?”. Finché poi non ti sei messo in cammino e ti sei reso conto che anche il viaggio più lungo inizia con un passo. I problemi quando bussano alla nostra porta sembrano montagne insormontabili. Per renderli più digeribili e ridurre le resistenze occorre farli a fettine. Penseresti mai di poter mangiare una torta tutta intera? Finché, a fine giornata, non ti accorgi che una merenda dopo l’altra, la tortiera è vuota.
(4) Scalare la montagna. Per tornare all’esempio iniziale: se vuoi passare l’esame in modo eccellente, devi studiare tutto, ricordarti tutto e capire tutto (si spera XD) perciò “parti dalla fine”. Quale è la cima della tua montagna? Una volta che l’hai visualizzata vai a ritroso e troverai il modo di salire proprio scendendo.
Ora non ti resta che prendere un problema e metterti alla prova! Sei o non sei un buon problem-solver?