“The Atalanta Way”
Quando è l’engagement a definire il successo
Damian Hughes è autore di un testo intitolato “The Barcelona Way” in cui descrive ciò che ha reso il Barcellona una squadra di calcio unica al mondo, una delle migliori squadre al mondo. Damian punta tutto sulla cultura, la carta vincente di un team che ha portato a casa innumerevoli successi.
Quando il Barcellona scende in campo, che sia in partita o in allenamento, le cose non cambiano: si contribuisce sempre, tutti — giocatori e staff — al 100% delle proprie energie e risorse. Ciò che ha dato notorietà a questa squadra, al di là dei risultati calcistici, è il modo in cui ha cambiato le regole del gioco costruendosi su un modello culturale condiviso.
Vivendo a Bergamo, però, del Barcellona mi interessa relativamente. Del resto, al successo del Barcellona, si potrebbe immediatamente obiettare affermando che: “Sono capaci tutti di motivare, fare cultura, guidare se il prerequisito è un successo costante dato da un florido portafoglio”. Ma la vera partita si gioca quando questa capacità si manifesta partendo da presupposti diversi, ovvero: risorse limitate, un bacino d’utenza più ristretto, successi in termini di risultati meno frequenti. E’ qui che si vede se una squadra è in grado di creare e fare cultura, ed è qui che si vede se, grazie alla forza di questo legame, è capace di portare risultati di successo.
C’è di meglio!
Chiaramente, vivendo a Bergamo, gioco in casa portandovi l’esempio della squadra locale: l’Atalanta. Non ne parlo perché è la squadra che tifo fin da quando sono bambina, ne parlo perché il modello di commitment e di engagment che la squadra ha saputo creare nel tempo, coinvolgendo la città e i suoi tifosi (e non) è un esempio che potrebbe essere interessante non solo per chi si occupa di squadre di calcio, ma anche e soprattutto per chi fa business.
Nel mondo delle aziende la cultura aziendale viene prima di ogni cosa.
Come può un gruppo di persone impegnarsi psicologicamente, prima che sul piano dell’operatività, per raggiungere un certo obiettivo? La risposta a questa domanda è: una chiara vision. Un’azienda è come una squadra di calcio che chiede non hai giocatori, ma allo staff e ai tifosi, di crederci. Purtroppo però, quando gli obiettivi non sono descritti all’interno di una narrazione comune, cioè di una vision comune, diventa difficile sviluppare questa fede/fiducia. Perché? Perché per natura un obiettivo aziendale — come potrebbe essere il vincere una partita di calcio — non è un obiettivo personale, poiché per sua definizione “l’azienda” è qualcosa di diverso dalla “persona”. Analogamente, un giocatore, un membro dello staff, un allenatore, un tifoso non coincidono in sé e per sé con la squadra ma, se collocati all’interno di una visione chiara, capace di delineare un percorso da seguire, stabilire una destinazione da raggiungere, allora lì sì che diventano “La Squadra”.
L’Atalanta è un esempio virtuoso di questo processo di creazione di una vision molto solida. La sua storia è semplice: una piccola squadra, di una piccola città, con poche risorse economiche a disposizione, ma con una grande voglia di investire nei giovani talenti, nel suo vivaio, un vero e proprio fiore all’occhiello. Questo investimento è il cuore di tutta la sua narrazione perché è la prova del desiderio di volercela fare con le proprie forze e risorse. I bergamaschi c’è l’hanno nel sangue l’arte del darsi da fare, noi diciamo “tirare su le maniche”. La nostra cultura locale ci dipinge di frequente come gente “pratica”, “diretta”, “semplice”, pure poco “raffinata”, ma certamente orientata al risultato. E’ proprio questa congiuntura, tra la storia di una squadra e l’identità della sua città ad essere un terreno comune, fertile, per iniziare un percorso di successo.
Tra i fattori che contribuiscono a creare “cultura” ed “engagment” non bisogna dimenticare, oltre alla vision, il peso dell’immaginazione e della partecipazione.
“Immagina se l’Atalanta arrivasse in Europa?!” dicevamo fino a qualche anno fa.
Avevamo “sognato un sogno”, lo avevamo dipinto e ci abbiamo partecipato anche se non siamo noi quelli che corrono 90 minuti. Questo ha permesso di generare integrazione, la colla emotiva che tiene insieme qualsiasi cultura, perché produce senso di appartenenza. Come esseri umani abbiamo bisogno di riconoscerci in qualcosa, di profilare un’identità che vada oltre quella personale: un’identità collettiva e lo possiamo fare solo se l’integrazione è forte e la cultura è ben radicata. Poste queste premesse, si può anche perdere, si può anche stravolgere le carte in tavola, ma l’entusiasmo resterà alto.
Credo che il più grande insegnamento che una squadra come l’Atalanta nel suo percorso di affermazione tra le migliori squadre di calcio in Italia sia la sua capacità di essersi dimostrata una sorta di “architetto culturale” e cioè ha saputo far scendere in campo, non undici giocatori, ma un modello di leadership che definirei “alla bergamasca maniera”, cioè non tanto basata sul “fare le cose in grande”, ma sul “rafforzare le piccole cose” per creare una “grande visione”.
Ecco perché, in fondo, a Bergamo, sono un pò tutti atalantini.
“Oggi l’Atalanta è una squadra matura. Vince 11 partite consecutive, va in Europa, si avvicina alla vetta del campionato e continua a far sognare i suoi tifosi e la sua città”.