“The Netflix Effect”. L’ansia del troppo
Negli ultimi tempi mi è capitato di imbattermi in diversi articoli di giornale che parlano di “Allarme salute mentale: depressione, ansia sono i disordini più diffusi tra i giovanissimi”. Un’indagine descritta in un articolo pubblicato su Repubblica racconta che il malessere psicologico è ciò che spinge il 75% dei lavoratori under 34 a dimettersi. Le Great Resignation, le grandi dimissioni, o il “Quite Quitting”, il licenziarsi in silenzio o anche detto il licenziarsi senza licenziarsi, sono tra le conseguenze di cui sentiamo più discutere, dovute proprio a questo senso di spaesamento generale diffuso. In modo particolare, negli ultimi mesi è diventato popolare sui Social Network proprio questo fenomeno, il “quite quitting”, e cioè la tendenza tra i giovani lavoratori a ridefinire il proprio approccio con il lavoro in termini meno maniacali per lasciare più spazio al tempo libero, alle passioni e agli interessi personali ma, specialmente, ad un’identità che non necessariamente si lega a quella professionale. In realtà, fenomeni come questo sono il risultato di un forte disorientamento collettivo, dell’incapacità di trovare autonomamente il giusto equilibrio tra vita professionale e privata, di una mancanza di motivazione ed entusiasmo che è trova le sue radici in quello che potremmo chiamre “l’effetto Netflix”. In una società in cui tutto è diventato possibile e le alternative di scelta paiono essere illimitate, ci sentiamo tutti persi.
Quando è troppo è crash!!!
Se anche a te è capitato di tornare a casa la sera stanco, aprire Netflix per guardare un film, e finire con il passare più tempo a scegliere cosa guardare, significa che hai sperimentato anche tu l’effetto Netflix. Troppe possibilità di scelta, nessuna decisione.
In neuroscienze questo fenomeno viene definito “choice overload”: il nostro cervello posto di fronte a troppe alternative va in confusione e in sovraccarico e, così, proprio come un pc con mille finestre aperte si impalla! Rimaniamo congelati, incapaci di scegliere, perché il sovraccarico di informazioni richiederebbe al nostro cervello uno sforzo eccessivo. La corteccia anterorie cingolata, che pesa costi e benefici delle scelte, e lo striato, quella parte del cervello che esprime giudizi di valore che sono solite inetragire efficacemente, vanno in crash. Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour, chiarisce che queste due aree interagiscono al meglio se il numero di opzioni e possibilità di scelta che ci si prospettano è limitato al massimo tra le 8 e il 15 alternative.
Una vita di opportunità e di ansie
Il fatto è che, nella vita quotidiana, le possibilità che ci si prospettano sono numerose e noi, spesso, preferiamo essere stimolati sulla nostra libertà di scegliere che non ci curiamo dello sforzo mentale che ogni scelta comporta, uno sforzo che ha un effetto non indifferente: andiamo in ansia! Secoli di evoluzione ci hanno regalato un mondo pieno di opportunità, ma come in ogni cosa ci siamo dimenticati di fare attenzione all’altro lato della medaglia.
Tua nonna o probabilmente i tuoi genitori hanno sperimento questa sensazione, sicuramente, molto meno. Oggi vediamo i Travel Influencer e vorremmo essere in un posto diverso del mondo ogni mese e ci sentiamo male se non organizziamo almeno un paio di viaggi all’anno. 50 anni fa, forse il viaggio di nozze era l’unico viaggio che ti aspettavi (giusto per fare un esempio). Così sia che non decidiamo, sia che decidiamo, nel regno della possibilità, è più facile sentirsi insoddisfatti o risentiti. Il risultato? Viviamo se va bene di aspettative, se va male di ansie!
Una recente indagine condotta da Istat afferma che più di 2 milioni di persone dichiarano di aver vissuto ansie gravi o croniche. Addirittura SkyTg 24 scrive “L’allarme dei pediatri: “Tra gli adolescenti un tentato suicidio al giorno”. Sono dati preoccupanti, del resto ogni stato psicologico, tra cui anche l’ansia, genera risposte somatiche, emotive e comportamentali non indifferenti. Nell’ansia si registra una disregolazione di alcuni neurotrasmettitori, in particolare quelli che utilizzano la serotonina e la dopamina ecco perché, spesso, assistiamo a fenomeni depressivi. L’ansia è una condizione fisiologica, emotiva e psicologica che di per sé non ha una connotazione negativa, se indotta da una giusta causa. Per esempio se prima di una competizione sportiva sei in asia, va bene! Si tratta di quello stato emotivo di tensione che ti permette di fare bene. In questo caso l’ansia non è un problema perché è incanalata verso un obiettivo preciso: vincere la gara. Neppure è così grave quello stato di ansia che è indotto da cause negative, perché fintanto che si può individuare quale è la ragione, la persona o la circostanza che ci fa provare ansia è anche possibile “curarla”. Ben diverso è quando si parla di ansia generalizzata, cioè di uno stato emotivo dovuto ad eventi indefiniti che ricorda un po’ l’angoscia descritta dai poeti che era quell’emozione senza un oggetto preciso. E’ proprio questo il caso dell’ansia descritta dai titoli degli articoli che vi citavo prima e che fa riferimento ad uno stato di dispersione.
Paradossi e come uscirne
I filosofi hanno provato a descrivere l’ansia dovuta all’eccessiva possibilità di scelta con “il paradosso dell’eccesso di conoscenza”: chi più sa, sa di non sapere e sa molto più di chi pensa di sapere, quindi chi sa di non sapere tenta disperatamente di colmare le sue lacune. Dunque: quando c’è troppo l’eccesso di informazioni blocca il processo decisionale o nelle condizioni peggiori, quando andiamo in bambola, lasciamo che siano gli altri a scegliere per noi!
Come uscire dal loop decisionale? I neuroscienziati ci danno una buona notizia perché ci dicono che sono le nostre emozioni a spingerci verso una decisione, non la razionalità. Siamo decisori irrazionali, il che significa che imparare ad ascoltarsi e riconoscere la forza delle proprie sensazioni può guidarci fuori dal tunnell. Allenarsi a prendere piccole decisioni ogni giorno, provando a fare la differenza; oppure aprirsi a nuove prospettive, o ancora, affidarsi al nostro intuito; o provare ad immaginare lo scenario peggiore per provare ad evitarlo sono alcune strategie pratiche che ci aiutano ad orientarci.
L’auspico è che, diventando più bravi a tracciare la nostra rotta, aumentiamo le possibilità di definire i nostri confini e, con questo, di definirci senza finire vittime in balia degli infiniti itinerari che ci vengono proposti!